Germano reale servito con becco, ed è subito scandalo sui social.

È giusto ricordare a tutti che il loro cibo ha avuto un volto?

In questo blog di solito non parlo di carne, però al seguito di una critica fatta da Pietro Leemann, chef del ristorante stellato vegetariano “Joia” di Milano, a uno degli chef migliori al mondo, René Redzepi, che ha creato scalpore sui social e molte impressioni negative verso lo chef del Noma 2.0, ho pensato di dire quì come la penso.

Io non demonizzo la carne, ma credo che che come tutto il cibo vada trattato con rispetto, a maggior ragione visto che deriva da animali che sono nati, cresciuti, e macellati solo per il nostro gusto personale.

E credo fermamente che il piatto dello chef danese non sia affatto irrispettoso nei confronti di madre natura.

Il piatto lo abbiamo visto tutti, si tratta di cervello di germano reale fritto e servito nella sua stessa testa, con ancora le sue belle piume, e accompagnato da un cucchiaio di lingua disidratata e da un becco tranciato per ricreare le forme dell’ animale.

Molti si sono ritenuti offesi da questo impiattamento, che a detta dello chef Leemann, è molto trash e creato solo per stupire, per provocare.

Eppure per me il significato di un tale gesto va ben oltre.

Il piatto, con il becco dell’ animale adagiato accanto alla portata, trasmette sentimenti contrastanti, sentimenti che devono far pensare il commensale.

René si è dimostrato più volte sensibile verso gli animali, tanto da mettere in piedi un menù estivo totalmente vegetariano, e di dichiarare di star prendendo in considerazione questa scelta di vita. Ecco perché non riesco a credere che quel piatto sia stato creato con il solo scopo di spettacolarizzare un “cadavere” per il semplice effimero gusto di essere creativi.

Per spiegarvi meglio il mio punto di vista, controcorrente al fatto di essere vegetariana, quando ho visto quel volto sul piatto ho pensato “ Ecco qualcuno che serve le interiora senza cercare di nascondere da dove vengano, sbattendotelo davanti agli occhi”.

Al giorno d’oggi la società ha totalmente dimenticato, o non vuole ricordare, che ogni animale che mangia ha avuto un volto, ecco perché gli scaffali dei supermercati sono colmi di carne a pezzetti, già macinata, e magari anche marinata e cotta.

Nessuno vuole associare quello che compra al tenero vitellino che pascola felice tra le montagne( immagine più utopica che reale) perché semplicemente creerebbe qualche scompiglio emotivo, mettendo in discussione quella sacrissima e sacrosanta verità che è la “tradizione”.

Eppure in fondo lo sappiamo tutti che gli hamburger non si materializzano già belli che pressati nel reparto macelleria.

Cento anni fa, tutti sapevano da dove veniva la carne, le uova e il latte, perché era normale vivere a contatto con la natura, come lo era vedere i pascoli tra le montagne, e la macellazione avveniva alla luce del giorno con un atmosfera di solenne fatalità, e non in edifici nascosti dove produrre e distruggere in massa delle vite per un capriccio dei consumatori.

E nessuno poteva permettersi di sprecare parte del corpo, perché crescere un animale in salute costa tempo, risorse e sacrifici. Non importa quanto brutte le interiora potessero essere, non serviva nasconderle per farle mangiare, perché non c’era tempo per inutili capricci.

Mettendo un becco in tavola, non puoi dimenticarti del sacrificio che è avvenuto, e mangiando quel cervello con la massima riconoscenza che puoi avere verso il volatile, nasceranno tante emozioni contrastanti atte a far pensare al modo di vedere la vita degli animali che porti nel piatto.

Questa è una provocazione non al solo cliente, ma a tutta la società moderna, che crea tonnellate di rifiuti alimentari quando la soluzione sarebbe semplice: ricordarsi del volto che aveva il nostro cibo, e rispettare la morte non buttando via niente, non le parti grasse, non le parti meno nobili, o meno in voga, e, ovviamente, neanche un becco d’ anatra.

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